lunedì, gennaio 15, 2007

I Balcani nel 2007, Unione Europea e Kosovo i protagonisti

Un articolo interessante, scritto da Giovanni Punzo per pagine di difesa (www.paginedidifesa.it).


Tra la conclusione di un anno e l’inizio di un altro è quasi impossibile sottrarsi ai numerosi pronostici e alle più svariate previsioni, ma è soprattutto difficile formularli o talvolta soltanto subirli. A maggior ragione gettare uno sguardo ampio sui Balcani all’inizio del 2007, dove esistono situazioni concrete ancora in evoluzione, può essere utile e interessante, oltre che necessario per comprendere uno scenario che ormai da più di un decennio vede il nostro Paese attivamente coinvolto tra i protagonisti.
Alla fine dello scorso anno, tra le rituali previsioni per il 2006, ad esempio, la questione del futuro status del Kosovo occupava il primo posto e sembrava destinata a essere risolta entro l’anno. Le altre questioni seguivano più o meno tutte quelle connesse alla politica della Unione Europea in quell’area, ovvero riguardanti l’ingresso di nuovi membri o il perfezionamento degli accordi preliminari alle future adesioni. Appena varcata la soglia del 2007 sembra ora che il quadro generale non sia mutato radicalmente perché numerosi processi in corso per diverse cause hanno subito un rallentamento e in primo luogo quello riguardante il Kosovo.

Non si è nemmeno assistito a bruschi cambi di direzione né si sono manifestati orientamenti diversi nella Unione Europea: la dichiarazione di Salonicco (2003) rivolta ai Paesi balcanici non è stata né smentita né modificata. In altre parole, solo quando questi Paesi saranno “pronti” potranno aderire all’Unione e non è contemplata l’ipotesi di un’accelerazione politica imposta dall’alto riferendosi alla Serbia, alla Croazia, all’Albania, al Montenegro o alla Bosnia e al Kosovo. Per due importanti Paesi della parte orientale dei Balcani (Romania e Bulgaria) il 2007 ha segnato l’ingresso nell’Unione e per la sola Slovenia (già membro da anni) l’adozione della moneta europea.

Come sempre i commenti sono stati vari e contrastanti, ma indubbiamente si tratta in ogni caso di novità positive in sé, di eventi che testimoniano l’ampliamento progressivo dell’area euro-atlantica con tutti i significati che questo comporta. Il processo di integrazione europea, determinante fattore di futura stabilità politica e sviluppo economico, sta dunque continuando ed è perfettamente comprensibile l’enfasi particolare con cui da parte di questi governi ciò è stato sottolineato. A Bucarest per le celebrazioni ufficiali è stata stanziata una cifra assai considerevole (almeno in rapporto ai bilanci pubblici) e i prezzi per i vari festeggiamenti che hanno coinciso con la fine del 2006 sono lievitati in tutto il Paese. La data del 1° gennaio 2007 è stata insomma paragonata per rilevanza storica alla data della costituzione dello Stato unitario rumeno nel dicembre 1918.

Il resto della situazione del Paese si presta però a valutazioni meno ottimistiche e questo spiegherebbe la relativa freddezza generale di fronte alla svolta. Alcuni osservatori continuano a lamentare che taluni ambienti amministrativi e giudiziari della Romania siano troppo spesso accusati di scarsa efficienza o peggio ancora di corruzione e che il processo di transizione democratica in senso liberale ed euro-occidentale non possa ancora dirsi definitivamente compiuto. Al momento della ratifica dell'adesione – ma anche dopo al Parlamento europeo a Strasburgo – non sono mancate critiche in materia di tutela dei diritti umani, soprattutto per i casi di violenza domestica e per il trattamento dei minori: al nuovo membro è stata richiesta apertamente soprattutto più trasparenza. Per quanto valgono infine le statistiche ufficiali, il valore di un salario medio si aggira intorno ai 350 euro e, nonostante il tasso di crescita dichiarato si attesti intorno al 7 per cento (indice in ogni caso di un robusto sviluppo economico, almeno in termini relativi), a goderne i frutti sono ancora fasce piuttosto ristrette della popolazione di circa 22 milioni di abitanti, una delle più numerose degli Stati aderenti all’Unione.

Considerazioni generali analoghe possono valere per la Bulgaria che si è sottoposta a un rigoroso percorso di riforme soprattutto economiche per vedere coronato il sogno europeo, ma che resta un Paese di circa 8 milioni di abitanti con molte difficoltà. I confini dell’Unione si collocano ora sul Mar Nero il che significa che l’area del libero scambio, ma anche della circolazione delle persone, si è estesa notevolmente. Non è un mistero che almeno 100mila bulgari hanno espresso il desiderio di emigrare e trovare lavoro all’estero e che soprattutto in Italia settentrionale si parla già di almeno un migliaio di imprese rumene che intendono iniziare la loro attività andandosi ad aggiungere a quelle che di fatto già operano. Soprattutto nel nostro Paese potrebbe quindi verificarsi un’ondata migratoria diversa, composta da cittadini comunitari e non da boat-people che invece potrebbero ora rivolgersi alla sponda del Mar Nero, trasformato curiosamente di nuovo nel limes romano più orientale.

In verità tutti i flussi demografici stanno cambiando, sebbene non cessi la spinta verso l’Europa che proviene dall’Africa e dall’Asia. Dopo un limbo piuttosto lungo Romania e Bulgaria hanno finalmente avuto accesso all’area di Schegen, ma sono prevedibili altri aggiustamenti in tutta l’Europa orientale. Concedendo agli albanesi di nazionalità greca la cittadinanza ellenica, essi avrebbero in ogni caso un passaporto dell’Unione e lo stesso potrebbe valere per quei macedoni che richiedessero ora la cittadinanza bulgara. In ambedue i casi si tratta di minoranze di scarsa rilevanza numerica, ma si tratta comunque di segnali di possibili nuovi afflussi.

In mezzo a difficoltà soprattutto economiche, l’Albania non sembra prevedere a breve un suo ingresso nell’Unione e, sommando le difficoltà politiche a quelle economiche, anche il cammino da Belgrado a Bruxelles non è tra i più agevoli. Grava ancora la questione della collaborazione con il Tribunale dell’Aja e almeno fino alle elezioni serbe del 21 gennaio non sembra possibile fare ipotesi sulle tappe di questo percorso. Per altri motivi difficoltà simili si profilano nel caso della Macedonia e della Bosnia.

Più matura, benché possa connotarsi in senso vagamente ‘euroscettico’, sembra invece la reazione della Slovenia all’introduzione dell’euro, che avviene nel primo Paese sovrano sorto dalle ceneri della ex-Jugoslavia. Questo evento è stato sottolineato con comprensibile soddisfazione da parte del governo (soprattutto perché dal 2004 l’economia slovena ha dimostrato di poter accedere al sistema monetario dell’Unione), che ha anche responsabilmente messo in guardia dai possibili arrotondamenti e dai conseguenti rincari. Il commento più diffuso in Slovenia è stato quello del paragone con il vecchio sistema monetario parallelo vigente di fatto ai tempi della ex-Jugoslavia, quando il marco tedesco aveva un valore di riferimento determinante anche nelle transazioni interne. Scarsa euforia quindi, ma apparentemente senso di responsabilità e promesse di impegno nel controllo degli effetti sui prezzi nel passaggio dal tallero all’euro.

Qualche apprensione in più è stata espressa invece sul piano fiscale in rapporto alla introduzione del nuovo mezzo di pagamento. La pressione fiscale è considerata infatti eccessiva da molti sloveni e imposte e tributi verranno ora riscossi con la nuova moneta e per questo indirettamente se ne teme un aumento che graverà soprattutto sugli immobili. Come è invece accaduto in altre parti d’Europa i maggiori e più consistenti vantaggi dalla introduzione dell’euro e dai ritocchi sui prezzi al consumo si produrranno sul settore commerciale, anche perché la grande distribuzione ha già fatto scomparire da tempo i piccoli esercizi. Il cambiamento della moneta inevitabilmente produrrà uno squilibrio ancora più netto tra queste piccole attività e i colossi dei grandi centri, seguendo una logica di trasformazione già vista in altre situazioni. Secondo i più pessimisti si temono non solo aumenti fino al 50 per cento delle tariffe di acqua, luce e gas ma anche sui più banali parcheggi.

A oscurare questo apparente quadro generale di progresso economico e sociale resta sempre aperta la questione del Kosovo, autentico ‘buco nero’ dei Balcani, che - ora più che mai - sembra rappresentare su scala ridotta tutte le contraddizioni e le difficoltà del triplo passaggio di una parte consistente dell’Europa orientale da un sanguinoso conflitto alla stabilità, dal socialismo reale alla democrazia occidentale e dai piani quinquennali all’economia di mercato. La soluzione prevista dovrebbe essere resa nota soltanto dopo le elezioni generali in Serbia e quindi dopo il 21 gennaio. Sugli equivoci della comunità internazionale riguardo il processo di ricostruzione si è detto e scritto moltissimo, ma resta il fatto che la questione delle etnie, il rispetto dei diritti delle minoranze e lo sviluppo di questa provincia ex-jugoslava non sono argomenti di semplice conversazione ma realtà da affrontare, piacciano o meno.

Bandiera della Jugoslavia che fu